Il tonno non è rotondo

Ieri sera, sulla linea 409 di un autobus che fa servizio nei dintorni del mio quartiere,me ne stavo silenziosamente seduta al mio posto, attendendo che l’auto partisse e si avviasse verso casa mia.

Dopo qualche minuto di attesa,sale un gruppetto di ragazze adolescenti: una di loro si siede dietro di me e poggia il braccio sul poggiatesta del “mio” posto e io, in maniera molto superficiale, ho pensato: “ecco un’altra di quelle piccole maleducate dei giorni nostri,che vogliono e prendono tutto superficialmente, con arroganza e sbruffoneria, tanto da non permettermi neanche di appoggiare la testa al “mio” sedile”.

Non tuttavia del tutto rassegnata al mio destino,aspetto pazientemente che l’autobus parta ma intanto non posso far a meno di sentire le chiacchiere che queste ragazze, a voce piuttosto alta, facevano dietro di me.

Ad un certo punto, con sorrisetto malizioso e intrigante, una di loro fa: ” ragazze,sapete che compito ci ha dato l’insegnante di religione? Dobbiamo scrivere un libro,scegliendo noi personalmente il tema! Ognuno di noi deve scrivere un libro! E sapete quale sarà il titolo del mio?”

Le altre compagne, intanto stupite già per la notizia del curioso incarico assegnato all’amica,hanno cominciato un’allegra “caccia al titolo” della loro compagna.

“Ma dacci un indizio!”,facevano.

E allora la pseudo-futura-scrittrice ha cominciato a dare qualche indicazione dicendo: “è una cosa che io,tu,tutti noi dobbiamo fare…che a te ( rivolgendosi a una compagna) ogni tanto scoccia fare ma che tutti dobbiamo fare!”

E le altre rispondevano curiose: “I compiti? Il trucco? Andare a scuola? Mangiare?”

“Sì,mangiare!”,rispondeva orgogliosa la prima.

E indovinate qual è il titolo del mio libro!”,continuava.

Intanto quella che aveva così prepotentemente usurpato il mio poggiatesta,le chiede: “ma come cavolo ti è venuto in mente di scrivere un libro sul cibo??” Risolini e sghignazzamenti leggeri.

E lei: bhè,devi partire da un’esperienza personale e poi continuare con le tendenze della società e via discorrendo”.

Bene,la caccia al titolo si stava quasi esaurendo,quando intanto l’autobus era partito ed eravamo già fermi al primo semaforo.

Le compagne,impazienti di sapere il titolo e non riuscendo ad indovinarlo dopo averle provate tutte, finalmente si arrendono e supplicano l’amica di rivelarglielo.

E allora l’amica solennemente fa: ” il titolo del mio libro sarà: Il tonno non è rotondo.

Francamente, all’istante ho pensato: questa ragazza è un genio.

Dopo qualche commento sarcastico sull’appropriatezza del titolo del libro, la compagna frega-bracciolo ha cominciato tutta una dissertazione sulla bellezza di certi titoli di tanti libri che si vedono in libreria e che ti attirano più per il loro titolo,appunto, che per le capacità e la fama dell’autore o le critiche del pubblico circa il racconto narrato..

Allora,dentro di me, sorridendo nella penombra del finestrino,guardando fuori ma ascoltando le voci di dentro,mi sono detta.”questa ragazza ha ragione: molto spesso in libreria mi capita di fermarmi a leggere la quarta di copertina di un libro, proprio perché rimango folgorata da qualche curiosissimo titolo,dietro il quale mi aspetto ci sia celata la storia della storia di tutti i secoli”.

Così,passando dal profano al sacro, questa ragazza ha poi cominciato a parlare un linguaggio che credevo oscuro agli adolescenti di oggi: “ragazze,ma l’avete letto “Cime tempestose” voi? E “Un uomo” della Fallaci? Ah, io lo trovo uno dei più bei libri di tutti i tempi, forse uno dei più belli che io abbia mai letto ( e ha cominciato a spiegarne la trama alle sue amiche).

E poi: e “Ivanoe” l’avete letto? Sono più di 500 pagine ma è veramente appassionante,un romanzo veramente bellissimo.

E “Inshallah” sempre della Fallaci? E “Lettera a un bambino mai nato”? Ah,io quello l’ho letto in due giorni!”.

E dentro di me,continuavo,sempre più stupita a pensare: caspita, questi non sono titoli dal primo che passa,non è robbetta: allora non è vero che la generazione degli adolescenti di oggi è tutta di debosciati,ignoranti,rozzi,cafoni.

Che per quanto quella ragazza usasse la tipica tamarra inconfondibile calata romana e fosse palese non appartenere ad un ceto sociale particolarmente elevato,nella sua breve,giovane,sfrenata vita da adolescente sapeva comunque già parlare della Fallaci e del suo uomo, di Ivanoe e delle sue avventure, del dramma consumato in Lettera a un bambino mai nato, dell’importanza dei temi di Inshallah.

Come dire: non solo di Salvatore Moccia è fatta questa generazione,allora.

E poi,poi sono scesa dall’auto perché ero finalmente arrivata,ma mi sarebbe piaciuto molto sentirle parlare ancora.

Spesse volte rimpiango molto la mia adolescenza,anni durissimi,molto difficili,faticosissimi,soprattutto da un punto di vista psicologico.

Eppure,anche nelle nostre più totali disperazioni,proprio perché adolescenti,sapevamo comunque sempre sognare,sperare,avere quella luce negli occhi che sapeva o che sperava di risolvere tutti i nostri drammi,tutti quelli dei nostri compagni e tutti quelli dell’umanità intera.

La mia classe liceale ha fatto epoca nella nostra scuola: eravamo un gruppo d’acciaio,capaci di far abbassare la testa agli insegnanti ma a forza di discussioni ben argomentate,non di video su you-tube, capaci di furiose litigate e sfregi sottili ma tutti dai cervelli affilatissimi: eravamo piccoli e ci volevamo sentire a tutti i costi “grandi”,eravamo soli ma ci tenevamo caldi l’un l’altro come potevamo.

Credevamo ancora in qualcosa,forse non in noi stessi ma alla forza del nostro gruppo sì,siamo stati capaci di stringere amicizie profondissime al limite della fratellanza e siamo stati altrettanto capaci di distruggerle in un attimo quando,negli ultimi anni di liceo, cominciavamo a farci più “adulti” e iniziavamo ognuno a pensare di più a se stesso piuttosto che all’altro,alle carriere che avremmo cercato di intraprendere,alle sistemazioni,alle vie di fuga che avremmo cercato di trovare una volta usciti dal liceo.

Ma negli anni di mezzo,quelli dove è viva la voglia di esplorare il mondo,di spaccare tutto, di fare esperienza,di confidarci l’uno con l’altro,di giocare a fare i grandi,di cercare di farsi valere in qualche modo, siamo stati capaci di grandi strettissime saldissime amicizie,legami dal doppio filo che avrei voluto che mai si spezzassero.

Vivevamo la classe,ci sentivamo fratelli,ci amavamo pur nelle nostre incomprensioni e negli inevitabili piccoli rancori: alla fine ci aiutavamo sempre, in tutti i modi in cui eravamo capaci.

E tutti noi,forse nessuno escluso,avevamo alle spalle una condizione personale e familiare non del tutto rosea,che inevitabilmente influiva sui nostri comportamenti e sui nostri pensieri. Ma nonostante tutto,eravamo uniti più che mai.

Io rimpiango quell’età,quell’amicizia,quel volersi bene nonostante tutto,nonostante noi,adesso che,neanche poi così tanto cresciuta rispetto ad allora,sento dentro una solitudine e una desolazione sconvolgenti,l’incapacità di sapermi divertire e prendere con ironia e la giusta dose di distacco la vita così come invece l’avevo imparata a vedere, soprattutto negli ultimi anni di scuola, quando-meglio tardi che mai-avevo finalmente fatto tesoro del concetto che basta davvero poco per vivere in pace e con relativa serenità,molto meno di quello che invece mi ero aspettata fino ad allora.

Volevo dedicare questa canzone a quella classe che non c’è più,ma che rimarrà sempre viva nel mio cuore e nei miei ricordi:

http://it.youtube.com/watch?v=lETVilXSfNY&feature=related

off-shore_08-12

Allego uno scatto fatto a settembre durante le gare di offshore che si sono tenute a Nettuno

Pensierimmagini

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14 commenti su “Il tonno non è rotondo

  1. Pingback: Il tonno non è rotondo « Alessandro Gaziano’s Blog

  2. Grazie Venticello,tra l’altro la foto è anche davvero molto bella, i colori sono bellissimi.

    l’hai scattata con la 40D?

  3. e poi c’è qualche nikonista invidioso che dice che le Canon non rendono bene i colori… 😉

    altra domanda da ignorante: cos’è il bianchetto?

  4. vabbhè,ognuno credo porti acqua al suo mulino…poi certo che se una persona è veramente in grado di mettersi “contro” un’altra persona per un modello o una marca di macchina fotografica,credo sia un poveretto.
    Insomma,le cose serie nella vita sono altre.

    ok,quindi il bianchetto dovrebbe essere un obiettivo se non ho capito male…scusa ma io come vedi,non mi vcergogno di ammetterlo,sono una grande fruitrice dell’arte fotografica come spettatrice ma in quanto fotografa attiva…zero. 😦

  5. ok,visto!
    alla faccia del bianchetto…pare un cannone! 😉
    ma per caso è anche quello che chiamano,in altri lidi,”biancone”?

  6. aaaaaahhhhhh ecco,vedi, la differenza è sostanziale…che ignorante che sono! 😉

    comunque non so neanche cosa voglia dire f2.8,quindi direi che sto al punto di partenza…
    un giorno di questi dovrò seriamente comuniciare a studiare anche fotografia e quando avrò la possibilità comprarmi un giocattolino anche io…altrimenti rischio di passare per la maestrina che giudica tutti ma poi non ci capisce una mazzafionda di come si scatti una foto…!

  7. Bellissima narrazione e bellissimi pensieri che ci riconcigliano con il mondo… E guarda che mi aspetto le tue visite nel mio BLOG… che fai: m’accanni?

    Un saluto
    Sandro

  8. oddio sandro, pensa che dopo mesi e mesi e mesi e mesi solo ora leggo questa risposta…mamma mia che vergogna…rimedierò molto presto venendo a trovarti nel tuo blog!
    ( certo che anche tu hai una penna affilatissima, eh, sei uno scrittore nato! 😉 )

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